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Censorship goes strange è il frutto della collaborazione tra Ozne, un’artista che ha elevato l’atto del cancellare a proprio modus operandi, e Yashima Mishto, fotografo erotico con base a Berlino. Due personalità molto diverse ma che dall’autunno 2009 lavorano insieme, recitando rispettivamente i ruoli del censuratore e dell’artista "censurato". Yashima, consapevole della distanza assai breve che separa l’erotismo dalla pornografia, ha quindi affidato le sue foto più scottanti a Ozne al fine di farne nascondere gli eccessi con stickers, pittura e cancellazioni varie.
Da questa singolare collaborazione sono scaturite due serie di lavori che verranno esposte separatamente presso le gallerie La Pillola e CA Gallery.
Censorship goes strange Vol. 2 (CA Gallery)
Dismessi i panni seriosi di Censorship goes strange Vol. 1 Ozne adesso conduce la censura a parodiare se stessa. Egli non fagocita più la scena con interventi unilaterali, bensì cerca di instaurare un dialogo alla pari con le immagini di Yashima, e a tal fine detourna in chiave ironica e paradossale i propri stilemi censuranti. Per esempio pratica delle cancellazioni talmente striminzite da celare solo il viso delle modelle e lasciare bene in mostra tutto il resto; oppure copre le note più calienti delle foto con adesivi recanti la scritta banned – ma trasparenti, e che quindi lasciano intravedere o addirittura evidenziano ciò che avrebbero dovuto nascondere. Paradossi altrettanto eclatanti vengono innescati inoltre attraverso foglie di fico, parrucche, mutandoni, reggiseni dipinti e molto altro.
A cura di Paolo Insolera e Marco Landini

Censorship goes strange è il frutto della collaborazione tra Ozne, un’artista che ha elevato l’atto del cancellare a proprio modus operandi, e Yashima Mishto, fotografo erotico con base a Berlino. Due personalità molto diverse ma che dall’autunno 2009 lavorano insieme, recitando rispettivamente i ruoli del censuratore e dell’artista "censurato". Yashima, consapevole della distanza assai breve che separa l’erotismo dalla pornografia, ha quindi affidato le sue foto più scottanti a Ozne al fine di farne nascondere gli eccessi con stickers, pittura e cancellazioni varie.
Da questa singolare collaborazione sono scaturite due serie di lavori che verranno esposte separatamente presso le gallerie La Pillola e CA Gallery.
Censorship goes strange Vol.1 (Galleria La Pillola) mostrerà come le immagini erotiche, dopo essere state censurate, possano divenire più perturbanti di quanto si presume lo fossero in origine, mentre Censorship goes strange Vol.2 (CA Gallery) inscenerà una parodia della censura.
Censorship goes strange Vol. 1
La censura impedisce all’osservatore di venire a contatto con delle immagini sconvenienti, ma non è sempre detto che ciò che essa produce sia meno imbarazzante o urtante. A testimonianza di ciò basta osservare i barbari defacciamenti che Alexander Rodchenko praticò sui ritratti fotografici del suo album Ten Years of Uzbekistan (1934), foto di personaggi invisi al regime staliniano e di cui l’artista ha cancellato volti e nomi con dense pennellate di inchiostro nero. Immagini a dir poco perturbanti che Brian Dillon, parafrasando Valentin Groebner, ha commentato in questi termini: «Violence was shown in and with pictures, but the pictures showed only a terrifying void».
In maniera del tutto simile Ozne cerca di celare il potenziale erotico delle foto di Yashima, e le ricopre a tal punto, con grumosi strati di colore o fitti grovigli di segni, da catapultare le immagini in una poco rassicurante – sebbene suggestiva – dimensione dell’informe. Di corpi e visi cancellati rimangono quindi vestigia di particolari fisionomici, la sagoma originaria o tutt’al più un incolmabile vuoto.
A cura di Paolo Insolera e Marco Landini
Shaun Tan, artista australiano di fama mondiale, è un disegnatore eclettico e multiforme, capace di lavorare su molteplici temi, dal sociale allo storico, dal politico ai libri per l’infanzia. La mostra, che racchiude alcune tra le più belle illustrazioni di Shaun Tan, è un percorso attraverso immagini surreali e sognanti tratte dai suoi libri più noti: Tales from Outer Suburbia e The Arrival (L’Approdo, uscito per Elliot). L’iniziativa, organizzata in occasione della Fiera del Libro per Ragazzi 2010, è realizzata in collaborazione con l’APA, l’Australian Publishers Association, l’Australian Trade Commission e con l’Ambasciata d’Australia in Italia.

Immagini femminili da album e periodici illustrati dell’Archiginnasio
A cura di Valeria Roncuzzi e Sandra Saccone
Un fil rougericollega idealmente il soggetto dell’esposizione a quello della mostra già realizzata in Archiginnasio nel marzo 2008: «Donne nell'arte: Robes et femmes nella Belle Époque. Mostra di opere grafiche dalle raccolte dell'Archiginnasio».
La nuova mostra punta maggiormente l’attenzione sull’evoluzione epocale dell’immagine della donna, quale viene delineandosi fra il secondo Impero e la prima Guerra Mondiale, e appare documentata nelle illustrazioni proposte sia dalle riviste specializzate per un pubblico femminile da quelle di carattere più generale, di informazione, letterarie, artistiche, satiriche ..., che nascono e si diffondono proprio in quel periodo. Non è un caso, infatti, che la moltiplicazione delle testate sia uno dei fenomeni più tipici dell’età delle rivoluzioni. A sostenere lo sviluppo della stampa periodica è, da un lato, la crescita del livello di istruzione che favorisce la corrispondente crescita del numero dei lettori e delle lettrici, dall’altro alcune innovazioni tecniche che riducono i costi editoriali: il passaggio alla fabbricazione meccanica della carta, la stereotipia, la rotativa a vapore, la litografia e, alla fine del secolo XIX, la stampa delle immagini fotografiche.
Dai figurini di moda, rigorosamente parigina, ai periodici italiani, inizialmente di imitazione francese, dedicati alla donna sotto i due aspetti – conflittuali – della tradizionale dimensione domestica e della nuova vita sociale, è un fiorire di rappresentazioni solo apparentemente frivole e oleografiche, ma spesso ironiche e qualche volta sarcastiche, opera, fra l’altro, di artisti e illustratori di vaglia: accanto ai ricordati Dudovich e Kirchner, troviamo Baruffi (Barfredo), Augusto Majani (Nasìca), Eugenio Colmo (Golia), Duilio Cambellotti, Luigi Bompard, Aleandro Terzi ...
Chiave di volta per comprendere i due secoli che si fronteggiano, ‘il buon gusto’ che il francese Georges Goursat (alias Sem) rivendica nel proprio album Le faux et le vrai Chic, contraltare visivo del mondo messo in scena da Proust, dove si delineano alcuni personaggi di donne anziane assurde e appariscenti che aspirano ad essere eleganti ma riescono solo parodie degli stili esagerati del periodo, e, all’opposto, signore giovani e aggraziate che comunicano anche attraverso l’abbigliamento i caratteri di forza, agilità, moto e rapidità, icone del Novecento.
Entrambe le esposizioni ricollegano al tema «Donna e Arte» con cui il Ministero per i Beni e le Attività Culturali intende di anno in anno valorizzare – attraverso una serie di manifestazioni organizzate a livello nazionale – la figura femminile, sia nelle sue diverse rappresentazioni nel tempo e nelle varie forme di arte, sia nella sua partecipazione alla produzione artistica attuale, ed esaltare connubio ispiratore per pittori, scultori, musicisti e tutti coloro che nei secoli hanno individuato nella donna una musa per la loro opera.

Opere grafiche e disegni
Con una mostra dedicata all’artista francese Georges Rouault (1871-1958), a cura di Andrea Dall’Asta S.I., Elena Pontiggia e Michele Tavola, la Raccolta Lercaro intende riflettere sulle tematiche fondamentali della sua opera. Attraverso un’ampia selezione della sua produzione grafica, oltre un centinaio di fogli, sono presentati i maggiori cicli dell’autore, dal Miserere alle due serie di Cirque, da Réincarnations du Père Ubu a Les Fleurs du mal, fino a Passion. Accanto a questo corposo nucleo grafico saranno inoltre esposti alcuni disegni (di cui alcuni inediti), matrici di rame, lettere e alcune rare prove d’artista, come quelle relative alla grande crocifissione a colori. Al termine del percorso delle opere di Rouault sono collocate tre grandi tele monocrome dell’artista americano David Simpson, provenienti dalla Collezione Giuseppe Panza di Biumo.
Mai come nel secolo scorso l’espressione artistica ha avuto difficoltà a dare voce alla fede cristiana. Per Georges Rouault, uno dei protagonisti della pittura europea del Novecento, la dimensione di fede è, al contrario, la fonte ispiratrice di tutta la sua attività artistica. L’arte è una vocazione, testimonianza di vita, esplorazione del mistero. In questo senso, la mostra è come la rivelazione del cammino di fede dell’artista.
I temi affrontati da Rouault sono molteplici e raccontano di un’umanità popolata da clown, prostitute, vagabondi, tipi grotteschi, poveri e umili che si contrappongono a presuntuosi, potenti e ricchi. In cicli come Réincarnations du Père Ubu o Grotesques, Rouault si concentra sulle miserie e sull’oscurità del peccato, in cui s’immerge la tumultuosa vita dell’uomo. In opere successive, come Passion, i soggetti si collocano in un orizzonte di pace e di quiete. Con un espressionismo dai tratti forti e ben marcati, Rouault riflette su soggetti sacri, maternità, figure femminili. A una visione dalle forti tinte drammatiche succede una calma che si fa espressione di una pienezza di vita, di una speranza di riscatto.
Una presenza costante accompagna e ispira tutta l’opera dell’artista: Gesù Cristo. È il Christus patiens, raffigurato nella maestà del suo dolore, devastato e sublime allo stesso tempo, lacerato e risplendente di luce.
Nel Miserere, il ciclo più importante dell’artista e ampiamente documentato in mostra, Rouault si concentra su volti taciturni, vagabondi, chiusi nella propria sofferenza, gonfi di un nero bituminoso, come a conservare quell’oscurità della terra da cui provengono. Sono la rappresentazione del fallimento della condizione umana, la pattumiera del mondo. L’immagine stessa di Cristo sulla Croce. Tuttavia, custodiscono una speranza. Sono feriti, ma non disperati. Senza speranza, portano la speranza. La salvezza è lo sguardo di misericordia di Dio sull’umanità. È il velo di pietà sulla miseria umana, che culmina con la Croce in cui il Figlio di Dio muore per la salvezza del mondo. Sulla Croce Dio si fa, infatti, solidale con l’uomo, assumendone la lacerazione e il dolore. Si fa Deus absconditus. Come il sole nel suo viaggio notturno. Il sole c’è, ma occorre attendere l’alba per vederlo. È la notte della Redenzione.
La mostra si conclude con tre opere di David Simpson. Sono dipinti monocromi, grandi superfici riflettenti in grado di assorbire la luce per poi irradiarla e diffonderla nell’ambiente circostante. L’attesa di una redenzione si fa qui esplosione di luce. Al termine della notte, ci accoglie la luce della Risurrezione. Per crucem ad gloriam?
Il catalogo, oltre ai testi dei curatori, comprende un saggio di S. E. Mons. Gianfranco Ravasi. Biografia dell’autore e schede delle opere sono a cura di Chiara Gatti. Il repertorio bibliografico è di Claudia Amato.
nella foto: Georges Rouault Christ en croix - Cristo in croce 1936 Acquaforte e acquatinta (Fotografia di Luca Casonato)

Inaugura sabato 12 dicembre alle ore 18 la grande mostra archeologica che rimarrà alla Rocca dei Bentivoglio, a Bazzano (BO) fino al 5 aprile 2010
Bucefalo e Alessandro Magno, Incitatus e Caligola, Marengo e Napoleone, Marsala e Garibaldi. I mitici Pegaso e Unicorno, i cavalli del sole del carro di Apollo e la "cavallina storna" cantata dal Pascoli. Da sempre il cavallo partecipa alla storia dell'umanità da autentico protagonista: non è un caso che se ne sia usato uno, seppur di legno, per espugnare l’impenetrabile Troia. Il rapporto tra il cavallo e il suo compagno di elezione, il cavaliere, non è un rapporto tra mezzo e utilizzatore, è un binomio paritetico. Efficace strumento in una serie di attività fondamentali, dalla circolazione al traino, dal trasporto all’agricoltura, fedele compagno a caccia e in guerra, nobile partner in manifestazioni ludiche o religiose, apprezzato per l’elevato valore economico, da sempre il cavallo è un'icona di prestigio e di potere, vero e proprio status symbol.
Già nel mondo antico il suo possesso è un tale segno di distinzione sociale da far sì che agli inizi dell'età del Ferro cominci ad affermarsi, anche a livello iconografico, un’aristocrazia che potremmo definire “equestre”. Man mano che all’interno delle prime comunità protourbane iniziano a differenziarsi, per rango, ricchezza e prestigio, i primi gruppi emergenti, le loro sepolture si riempiono di morsi, finimenti e bardature equine, puntali e sonagli da carro, fibule ed altri oggetti configurati a cavallino, a volte carri, a volte addirittura cavalli (come nella necropoli di Via Belle Arti a Bologna o in quella di Verucchio, nel riminese), ad indiziare la progressiva identificazione di cavalleria e patriziato, e a ribadire, anche a livello funerario, il ruolo eminente dei possessori di carri e cavalli.
La mostra "Cavalieri Etruschi dalle Valli al Po" illustra i più recenti studi sulle testimonianze della prima età del Ferro ad ovest di Bologna, dati e confronti da cui emerge una connotazione specifica –leggibile a livello di testimonianze funerarie– legata all’uso e all’esibizione del cavallo e del carro da parte di individui eminenti all’interno delle comunità dislocate nelle valli del Samoggia, del Reno e del Panaro.
L'esposizione è curata da Rita Burgio e Sara Campagnari ed è promossa dal Museo Civico Archeologico “Arsenio Crespellani” di Bazzano (BO) e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna. Partecipano alla mostra, e relativo catalogo, gli Istituti prestatori di una parte dei reperti, Museo Nazionale Etrusco "Pompeo Aria" di Marzabotto, Museo Civico Archeologico di Bologna, Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena, Museo Civico di Castelfranco Emilia, Museo Archeologico Ambientale di San Giovanni in Persiceto, Museo Civico di Stellata di Bondeno e la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana.
Fulcro dell’esposizione è l’analisi del popolamento della Valle del Samoggia, attestato probabilmente sin dagli inizi dell’VIII secolo a.C. e ben ricostruibile nel VII sec.a.C., purtroppo quasi esclusivamente sulla base di materiali rinvenuti in contesti tombali scavati nell’Ottocento. A tal fine sono stati analizzati topograficamente i siti dell’area collinare, dell’alta, media e bassa valle.
Lo studio di queste testimonianze è stato il “pretesto” per addentrarsi in tematiche di ben più ampia portata, illustrate attraverso il confronto con alcuni dei reperti più significativi dalle valli del Reno e del Panaro, e l’analisi dei rapporti tra esse e quel versante della Toscana costituito dalle aree di Firenze, Prato e Pisa.
La mostra "Cavalieri Etruschi dalle valli al Po. Tra Reno e Panaro, la valle del Samoggia nell’VIII e VII sec. a.C." espone più di 400 reperti archeologici provenienti da corredi tombali dalle aree esaminate: ci sono parures di fibule ed altri oggetti di ornamento in bronzo, osso, ambra e pasta vitrea, ceramiche, tutti oggetti deposti nelle tombe con evidente valore simbolico collegato al rito, nonché espressione del rango e del ruolo di individui appartenenti a quel ceto aristocratico che a partire dalla metà dell’VIII secolo a.C. iniziò ad affermarsi con forza sempre maggiore. Un esempio evidentissimo della presenza delle aristocrazie rurali ad ovest di Bologna è poi costituito dalle stele protofelsinee e dai segnacoli funerari con immagini antropomorfe esposti. Simbolo e star del percorso espositivo è la ricostruzione a scala naturale della Tomba 2 di Casalecchio di Reno, con stele protofelsinea e corredo originali.

alle 22.00 Raum/Xing e déjà.vu presentano negli spazi di Raum, l'installazione di Marcello Maloberti & guests Die Schmetterlinge essen die Bananen (Le Farfalle mangiano le Banane), realizzata per l'occasione su invito delle due strutture organizzative.
Marcello Maloberti, artista tra i più versatili e interessanti dell’attuale panorama italiano è stato scelto per la capacità di elaborare pratiche performative e di relazione con lo spazio urbano e la società. La sua permanenza produttiva a Bologna si articolerà in un worklab e in un secondo momento di presentazione pubblica dell'installazione realizzata.
Die Schmetterlinge essen die Bananen (Le farfalle mangiano le Banane) è l'atto conclusivo di un’operazione pensata da Maloberti secondo una struttura operativa che formalizza una continuità tra la dimensione intima dello spazio (Raum), che accoglie l’installazione (un’auto parcheggiata nel buio che produce visioni e spaventi sonori) e la dimensione pubblica delle performance urbane (immagini di periferie deserte e silenziose svelano tracce di selvatico ed esotico che la città contemporanea esprime).
Le performance saranno realizzate in occasione del laboratorio di tre giorni che Marcello Maloberti terrà dal 25 al 27 novembre a Raum e nelle periferie di Bologna, al quale partecipano nove giovani emergenti invitati dall'artista ad intessere una relazione performativa con gli elementi del paesaggio urbano, per evidenziare situazioni, immagini oniriche ed aspetti remoti, sospesi o idilliaci della città.
Al laboratorio partecipano Giovanni Bellavia, Sara Colonna, Alessio Cusano, Daniele de Vitis, Elisa Fontana, Valeria Guazzelli, Anna Messeri, Angelica Porrari, Andrea Rinaudo, selezionati per le loro attitudini performative tra i talenti più promettenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna e del DAMS.